Iniziare l’alpinismo a 20 e a 60 anni.

Iniziare l’alpinismo a 20 e a 60 anni.

Sul prossimo numero del Notiziario.

Dialogo sul corso A1 del Cai di Carpi tra i nati nel nuovo millennio e i boomers di coda.

di Nelson Bova

Rivivere e far vivere a chi non c’è stato l’esperienza del Trek del Cilento e l’inaugurazione del murales sulla parete della sede dei Cai di Carpi e i 20 anni del Centro Sociale Gorizia son solo alcuni degli articoli del prossimo numero del Notiziario. Perché c’è, per la rubrica “Zaino in Spalla per i Cammini nel Mondo” il racconto della Grande Traversata Elbana, realizzata da Martina assieme a suo padre e i consueti appuntamenti con funghi, fiori e libri. E c’è l’esperienza del Corso di Alpinismo, ritornato finalmente dopo il Covid.

L’alpinismo a 20 e a 60 anni. Il corso A1 della scuola Angela Montanari.

Per me la montagna è serenità, pace, tranquillità. E anche: Io in montagna spengo il cervello e mi ricarico per quando torno qui, ad altitudine zero.

Per raccogliere le impressioni dei 20 partecipanti al corso A1-2022 di alpinismo, il primo dopo il covid per il Cai di Carpi e dopo 3 anni di sospensione, ho scelto di incontrare gli estremi per età tra le sei ragazze di età compresa tra i 26 e i 38 anni, ragazzi in netta maggioranza tra i 20 ed i 25, con loro cinque uomini tra i 48 ed i 60 anni. Un dialogo davanti ad una birra tra i nati nel nuovo millennio e i boomers di coda, quelli che per due soli decenni non hanno vissuto la seconda guerra mondiale.  Tra questi ultimi il sottoscritto.  La prima sorpresa è scoprire che le frasi riportate sopra sono state pronunciate da Philipp, classe 2001, e da Jonathan, classe 2000.  Non da persone mature in cerca di una pausa dalle responsabilità famigliari e dal lavoro.

Riccardo, 24 anni, aggiunge: La montagna è una esperienza quasi spirituale, non nel senso religioso del termine. È una esperienza olistica, a 360°, ti coinvolge fisicamente e psicologicamente. Sensazioni obiettivamente condivisibili anche dai boomers. Sessantenni e ventenni, 3-4000 metri più vicini al cielo si scoprono simili.

Riesco ora a comprendere il piacere degli istruttori, volontari puri, ad insegnare le tecniche e la passione alla generazione dei loro figli, e del perché si prendano responsabilità in un ambiente dove “il rischio zero non esiste”. Non vedi come sono felici e soddisfatti? risposero alla mia domanda in un rifugio indicandomi il gruppo di giovani sorridenti seduti poco lontano. In un’epoca dove gli attempati inseguono i ragazzi con tatuaggi e improbabili depilazioni per mostrare gli ultimi muscoli rimasti, la montagna riporta all’ordine naturale delle cose.

 

Le similitudini tra generazioni forse però finiscono qui.

Il corso di alpinismo A1 è nello stesso tempo entusiasmante e faticoso. Offre una visione esperienziale ed una a lungo termine. È l’inizio di qualcosa di entusiasmante o il completamento di un percorso di conoscenza. Prospettive diverse dello stesso corso dove l’età gioca un ruolo fondamentale. Il sottoscritto ha compiuto 60 anni esatti durante una uscita sul ghiacciaio alla Presanella. Una esperienza meravigliosa, coinvolgente, indimenticabile. Uno dei compleanni più belli. E uno dei giorni più faticosi, probabilmente il più faticoso, della mia vita. Sensazioni condivise anche da Francesco, appena un anno più giovane e secondo sul podio tra gli attempati.

Mi è piaciuto vedere tanti giovani, è una speranza di futuro per il Cai, mi dice, ritrovandosi ad arrampicare  40 anni dopo. Non ho più l’età per l’arrampicata ma i ghiacciai mi piacciono molto. Sono sì faticosi ma sono la montagna vera, dove trovi la tranquillità, dove con i compagni di cordata sei avvolto nella solitudine. Il rapporto con la montagna è il confronto con la vita. Devi fidarti di qualcuno, arrivi a conoscere i tuoi limiti e ti fa capire quello che per età non puoi più fare.

A Jonathan, Philipp e Riccardo il corso A1 ha aperto un mondo.  Sull’arrampicata devo lavorarci, ammette il ragazzo italo-tedesco, socievole studente di medicina dall’alto del suo metro e novanta abbondante, mentre sul ghiaccio mi sono scoperto più capace, anche se ho fatto tantissima fatica. Riccardo si è trovato in difficoltà sul ghiaccio. Le pendenze elevate su ghiaccio vetrato mi creano problemi, ho temuto che i ramponi non tenessero, di cadere e non riuscire a fermarmi, ammette. Preferisco arrampicare, sento che è più alla mia portata.

Jonathan, più piccolo di statura, magro, spalle larghe, muscoli perfetti per un climber, quando non studia ingegneria è sempre in palestra oppure in ambiente. E i risultati si vedono.  Le ragazze del gruppo, sotto la parete attrezzata a fargli da sicura  lo hanno soprannominato “il folletto” per la difficoltà già dopo pochi allenamenti a dargli velocemente corda durante le ascese su pareti verticali di sesto grado o più. Frequentando il corso di alpinismo ho scoperto che stavo perdendo l’80% delle cose che puoi fare in montagna perché facevo solo escursionismo, qualche ferrata, ma di tutto il resto non sapevo niente, mi dice “il folletto” mentre mangia un hamburger allo Sport Village a Modena dopo aver arrampicato per due ore alla Geko. C’ero anch’io mentre Jonathan si allenava. Lo guardavo e mi sembrava di essere dentro il video di quel Paolo Caruso che ho visto e rivisto su youtube durante il corso perché parte del materiale fornito dagli istruttori. Quante volte ho riguardato quel video! Lo spostamento del peso, i movimenti eleganti, le varie tecniche di arrampicata. A volte anche di notte mi sono immaginato di salire su pareti a picco sul mare o tra le rocce con la velocità di quel Caruso visto nel video. E ammetto di essere andato quella sera in palestra con la convinzione di avere acquisito, almeno nei movimenti base, quelle tecniche. Che delusione scoprire che sono ben lontano da quelle prestazioni! Proprio con Jonathan ho fatto la mia prima (e unica altra) esperienza sulle pareti della palestra modenese. In quella occasione incontrai Fabrizio, un socio Cai di Carpi che da anni arrampica.  Mi dice: vedo che sei venuto con tuo figlio. C’est la vie…!

Il mistero (finalmente risolto) di nuts, friends, nodi e soste.

Volevo a tutti i costi frequentare il corso di alpinismo.  Come “mio figlio” volevo imparare quello che la montagna offre oltre l’escursionismo. Mi affascinavano i nodi, sentivo parlare di Nuts, Friends, cordini da ghiaccio, soste. Guardavo film e documentari, ma senza il corso A1 quegli oggetti erano tanti elementi isolati che non riuscivo a collocare in quell’insieme sul quale si fonda l’alpinismo.

Ora che ho fatto il corso vivo sentimenti contrastanti. Da una parte sono appagato: ora ho finalmente la visione completa di cosa offre la montagna, sto continuando a leggere i libri che ci ha fornito il Cai, continuo ad avere quella fame di conoscenza stimolata dal corso. Di contro sento crescere una frustrazione: cosa sono io adesso? L’escursionismo, l’amato escursionismo, la mia potentissima medicina per il fisico e per l’anima è diventato improvvisamente banale, semplice, qualcosa per principianti. I sentieri EE, in una uscita di alpinismo, sono spesso meri avvicinamenti alla roccia o al ghiacciaio dove inizia l’esperienza. Però non sono certo alpinista. Non basta un corso per diventarlo. Se Jonathan arrampica già così bene è perché è portato, è giovanissimo ma è anche molto spesso in palestra, in falesia, in ambiente. Non basta guardare i video didattici, chiudere gli occhi e immaginarsi su appigli e appoggi a spostare elegantemente il baricentro. So che uscirò presto da questo limbo e che alternerò escursioni a qualche uscita tecnica su rocce e ghiacciai. Altrimenti non continuerei, tuttora, a leggere libri, ripassare periodicamente i nodi, camminare in casa su cubetti di diverse altezze disposti a caso sul pavimento per imparare (con soddisfacente successo) a gestire il peso del corpo e a rimanere in equilibrio sui rettangolini di legno.

Nicola, il direttore del corso A1, chiede periodicamente un po’ a tutti se si sono formati gruppi per continuare a frequentare la montagna e mettere in pratica le competenze acquisite. I gruppi si sono effettivamente formati. Di due o tre aspiranti alpinisti divisi per feeling personale ma anche per età, come è giusto che sia, e un po’ anche per genere.

Inizia ad abituarti ad urla e sgridate.

Chi ha frequentato il corso anni prima, come Alessia, socia molto attiva della sezione, mi ha anticipato che dovrò prepararmi a ricevere sonore sgridate. Ho capito solo durante il corso che si riferiva a Nicola. Un’altra socia storica della sezione mi ha avvisato, con timore e un po’ di ansia, che durante l’iscrizione al corso avevo fatto un errore a scrivere su Whatsapp a Nicola per un chiarimento tecnico prima dell’invio del modulo. E anche se Nicola mi ha risposto gentilmente, dopo questi due indizi mi sono immaginato di dovermi confrontare con un personaggio burbero e incazzoso. Sarà quel che sarà, mi sono detto, travolto dall’entusiasmo di iniziare questa esperienza.

 Capisco fin da subito che Nicola è una figura carismatica. Tono della voce autorevole, deciso, assertivo, ha la capacità – lo scoprirò nel tempo – di entrare pienamente nel ruolo ed uscirne tutte le volte che non è il direttore o l’istruttore del corso.

Per la prima uscita multi-tiro in ambiente, alle creste di Gaino, è prevista pioggia. Non è il caso di arrampicare da inesperto su rocce scivolose, penso. Infatti cambiamo zona e andiamo a Tessari. Dove però è prevista comunque pioggia. Ma andiamo comunque? Riuscirò ad applicare la tecnica in aderenza sulla roccia bagnata? E quei minimi appoggi trasfigurati dall’acqua potranno sostenere uno che non ha ancora ben capito bene perché sia lì? Con l’escursionismo si annulla per molto meno. Qui invece si va avanti a tamburo battente. L’alpinismo è duro, per uomini (e donne) con gli attributi. Lo sapevo fin dall’inizio. E siccome è proprio per mettermi alla prova che l’ho scelto, eccomi qui. Accetto la sfida, altro che storie! Poi alla fine non è piovuto. Sfida rimandata. Arriva la discesa in corda doppia. Mi trovo improvvisamente a dover scendere appeso a due corde rallentate da un gi-gi e a un moschettone e a dipendere da un cordino di pochi centimetri trasformato in nodo machard. Mi trovo appeso nel vuoto, con le mani che devono essere libere quando l’istinto mi fa disperatamente afferrare la corda della sosta. Una disperazione che Nicola riesce a sconfiggere con urla che si sono sicuramente udite tre o quattro vallate più lontano. Sotto di me ci sono 60 metri di vuoto e in fondo, molto in fondo, altri istruttori che da lassù mi sembravano sadici diavoletti con le braccia alzate pronti ad accogliermi con i loro forconi infuocati ed acuminati. La domanda che si sono fatti tutti, ventenni e sessantenni, in quel momento è la stessa: ma perché mi sono messo in questa situazione??? Sarà una discesa nel vuoto spettacolare, bellissima, adrenalinica, che darà una risposta inequivocabile alla domanda posta molti metri più su. La seconda corda doppia, nel’uscita successiva, sarà ancora più adrenalinica ma meno spettacolare, appeso ad un machard con troppe spire che mi impediva di scendere con fluidità e che si scaldava pericolosamente. O muori o impari, è un’altra lezione della montagna. Ho imparato.

Ricorderò per sempre un passaggio nel vuoto tra due rocce lontane, un passaggio sconosciuto agli stessi istruttori. Si superava solo con ampia spaccata e precisissimo e rapido spostamento del peso da un lato all’altro. Solo il mio primo di cordata, il direttore Nicola lo aveva superato. Tutti gli altri, con allievi al seguito, hanno scelto di scendere sotto e risalire. A me toccava l’impegnativa prova, il primo di cordata era già dall’altra parte. Non avevo scampo. Sorprendentemente lo passo, con gli applausi di tutti e gli apprezzatissimi complimenti del direttore.

Da quel momento, e fino a quando non sono tornato in palestra e scoperto sulle sue pareti attrezzate l’amara verità, mi sono sentito un vero alpinista.

Tre mesi di immersione totale. Ma cosa rimarrà?

Per me, ma scopro per tutti, per tre mesi non è esistito altro. Ogni minuto libero a ripassare nodi, leggere le dispense, esercitarmi in casa con le prove di equilibrio.

Cosa rimarrà di questo corso, chiedo, e cosa temi di dimenticare. I nodi e le sicure dovrò ripassarle continuamente, mi risponde Francesco. Fare il mezzo barcaiolo invece del barcaiolo e appendermi a quello, è l’incubo di Jonathan. Fatico a memorizzare il bulino e chissà se finalmente imparerò a fare la bambolina, mi dice Philipp. L’emozione di quei momenti mi ha impedito di imparare come ci si assicura in corda doppia, afferma – e lo capisco fin troppo bene – Riccardo.

Cosa rimarrà? Per tutti indistintamente, boomers e generazione zeta: la tecnica, la compagnia di persone nuove e la piacevolezza di condividere l’esperienza tra età diverse, l’atmosfera che si è creata. 

Per chi già la vive come chi la scopre, questa è l’indiscussa magia della montagna. 

Riguardo

Giornalista presso Rai - Radiotelevisione Italiana

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