La Famiglia Molin e il Rifugio Città di Carpi

sul prossimo numero del Notiziario Cai Carpi, in uscita il primo Marzo: 

 Rodolfo, da quasi 30 anni gestisce il rifugio Città di Carpi, nel cuore dei Cadini di Misurina,  insieme alla moglie Sabrina De Florian e ad alcuni dei loro figli. Una storia di famiglia e di ospitalità tra le cime del bellunese. Rodolfo ci racconta cosa significa gestire un rifugio e come la pandemia ha influenzato la vita e l’attività dei rifugisti.

Mi chiamo Rodolfo Molin, sono nato ad Auronzo di Cadore il 12/03/64, vivo a Misurina, sono sposato con Sabrina De Florian, di Auronzo e abbiamo quattro figli: Carolina di 31 anni, Luca di 29, Alziro di 26 e Gabriele di 22.

Dal 1992 gestisco con la mia famiglia il rifugio Città di Carpi, all’inizio insieme ad uno zio che lo gestiva da alcuni anni, poi da solo. Non era un’attività del tutto nuova per me, perché la mia famiglia ha un albergo/ristorante a Misurina, con anche campeggio, dove ho sempre dato una mano.

Dopo oltre dieci anni di lavoro come pittore/decoratore a Cortina, ho iniziato quindi con la gestione del rifugio durante l’estate, continuando nei periodi morti (primavera e autunno) il mio lavoro a Cortina. Durante l’inverno ho fatto per molti anni il maestro di sci a Misurina.
Dal 2007 abbiamo deciso per l’apertura del rifugio anche durante la stagione invernale, con una serie di interventi per adeguare la struttura in modo da renderla adatta e confortevole per l’inverno, a partire dall’impianto di riscaldamento con caldaia a legna, isolamento con “cappotto”, rifacimento delle tubature per l’approvvigionamento idrico, acquisto di un gatto delle nevi e di una motoslitta, in modo da tenere sempre aperto il sentiero per raggiungere il rifugio.

Abbiamo sempre gestito in famiglia il rifugio, con l’aiuto dei nostri figli; da alcuni anni qualcuno di loro ha scelto strade diverse, altri sono rimasti con noi, e abbiamo avuto del personale a darci una mano, soprattutto per la stagione estiva, essendo l’apertura invernale limitata alle vacanze di Natale e ai fine settimana da gennaio a fine marzo, più o meno fino a Pasqua. Durante l’estate viviamo sempre in rifugio: da metà giugno alla fine di settembre siamo fissi a Forcella Maraia, essendo il rifugio sempre aperto. Si scende a valle per la spesa e gli approvvigionamenti o per necessità urgenti; in genere sono io l’addetto alle compere, o meglio, al trasporto fino al rifugio della spesa che, una volta ordinata via telefono o e-mail, ci viene consegnata a Misurina. D’inverno apriamo per Natale e stiamo in rifugio fino all’Epifania, dopodiché saliamo il venerdì per aprire nel fine settimana e la domenica sera torniamo a casa.

La riapertura dopo la prima ondata pandemica  ci ha portato gente convinta che in montagna il virus quasi non ci fosse.

Il Covid ci ha costretti ad interrompere dall’oggi al domani la stagione invernale che, come dicevo, sarebbe finita a Pasqua; quest’anno la prima settimana di marzo abbiamo dovuto chiudere tutto.

Abbiamo ripreso a metà giugno, dopo che finalmente è uscito il protocollo con le indicazioni sui comportamenti e le regole a cui attenersi. Pian piano la gente ha ricominciato ad andare in montagna, soprattutto nei fine settimana, creando anche qualche problema con gli assembramenti; la gente arrivava convinta che in montagna il Covid quasi non ci fosse, che la mascherina non servisse e ci si potesse comportare quasi normalmente. Molto spesso abbiamo dovuto ricordare ai nostri ospiti che le regole c’erano e valevano anche in rifugio, così come nelle città, con nessuna differenza.

C’è stato un notevole calo nei pernottamenti, probabilmente perché la promiscuità che il soggiornare in rifugio prevede, con le camerate a più letti e i bagni in comune, spaventava molto. Naturalmente poi è mancata quasi del tutto la clientela straniera e questo, specialmente nei mesi di giugno e settembre, ma anche fino a metà luglio, ha fatto la differenza.

Specialmente ad agosto e nei fine settimana abbiamo avuto un grande afflusso di persone, è stato però un lavoro diverso dal solito, molta gente mangiava al sacco e poi veniva in rifugio per il dolce e il caffè.

Il crescente numero di frequentatori della montagna ha esteso la platea anche a persone priva della minima cultura dell’andar per monti.

Lasciando a parte quest’ultimo anno, decisamente anomalo, la frequentazione della montagna anche durante l’inverno è comunque aumentata, come alternativa allo sci.

Sciare in pista è diventato sempre più costoso, le piste sono sempre molto affollate e quindi molti scelgono la passeggiata al rifugio, ci sono tanti escursionisti con le ciaspole, molto di moda da qualche anno a questa parte, tanta gente viene con gli sci d’alpinismo e molti anche semplicemente a piedi.

Sicuramente è aumentato il numero di coloro che vengono in montagna, siano soci CAI o non soci, sia d’estate che in inverno. In particolare nella zona di Misurina, Tre Cime, Sorapiss, soprattutto da quando questi siti sono stati inseriti nel Patrimonio dell’Unesco. Questo crediamo sia un fattore che ha fatto conoscere ancora di più le nostre montagne, portando moltissima gente, certo, ma creando alle volte anche situazioni decisamente caotiche (per usare un eufemismo), di cui avrete certamente visto alcune immagini.

Naturalmente il numero sempre maggiore di frequentatori fa sì che fra di essi ci siano persone molto educate e consapevoli, ma anche altre che invece mancano decisamente di una, seppur minima, cultura dell’andare per i monti.

Abbiamo partecipato pochi giorni fa ad un incontro organizzato proprio dalla Fondazione Unesco con altri rifugisti e enti turistici, al fine di predisporre una campagna informativa sui problemi dei rifugi per quanto riguarda per esempio il consumo di acqua, lo smaltimento dei rifiuti o altre tematiche, di cui gli escursionisti non sono al corrente, e che a volte possono creare qualche disguido, soprattutto con gente non abituata a frequentare i rifugi. Vediamo se si riusciranno a portare avanti delle iniziative di sensibilizzazione su questi e altri temi.

Da alcuni anni abbiamo dei ragazzi che ci aiutano, in particolare d’estate, molto spesso studenti. Ragazzi bravi soprattutto ad adattarsi alla vita in rifugio.

Come dicevo, i primi anni tutti i nostri figli lavoravano con noi d’estate, nel periodo di vacanza dalla scuola, quindi non avevamo personale; da alcuni anni abbiamo dei ragazzi che ci aiutano, in particolare d’estate, molto spesso ragazzi che stanno studiando, magari facendo l’università, e che con il lavoro estivo si finanziano, almeno in parte, gli studi.

Abbiamo avuto ragazzi un po’ da tutta Italia, da Milano, Lecco, Padova fino addirittura a Trapani, ragazzi bravi a fare il loro lavoro ma, soprattutto, ad adattarsi alla vita in rifugio, dove si vive tutti insieme 24 ore al giorno, e da dove raramente si riesce a scendere in paese per una pizza o una serata con gli amici. È sicuramente molto bello lavorare in rifugio, ma è anche impegnativo per molti aspetti.

La prima cosa che ci chiedono è la password del wi-fi, la seconda la doccia. E’ un po’ triste ma è il segno delle cose che cambiano.

I piatti che serviamo in rifugio sono cose semplici, che fanno parte della cucina di montagna: dalle uova con speck e patate, sicuramente uno dei più gettonati, ai canederli con il brodo, burro fuso o gulasch, naturalmente la polenta, servita con le salsicce, il formaggio fuso o alla piastra e i funghi. Naturalmente i dolci, tutti fatti in rifugio, lo strudel in primis, la torta di grano saraceno, la torta al cioccolato e la crostata, serviti con la panna fresca.

Questi ultimi anni la prima richiesta che ci viene fatta, ancora sulla porta d’entrata, è la password del Wi-fi, la seconda la doccia; questo per certi versi è triste secondo noi, ma probabilmente è il segno del tempo che passa e delle cose che cambiano.