La variante di valico

12/13 giugno 2010, da Bologna a Firenze in mountain bike.

“E’ facile, cosa vuoi che sia… una volta che sei a Bologna, attraversi l’Appennino e arrivi a Firenze…”. Questo è quello che mi ripetevo mentalmente quando mi è balenata in testa l’idea della Bologna – Firenze in mountain bike.
A ben pensarci, sono state talmente tante le volte che ho coperto questa distanza, che credo di averla fatta per ogni ragione, con qualsiasi tempo meteorologico e con tutti i mezzi di trasporto possibili; in auto, in pullman, in treno, in moto e perfino a piedi. Eppure, prima del 12 giugno 2010, il solo pensare a quel tratto appenninico che divide le province di Bologna e Firenze e in qualche modo taglia in due il Paese, mi faceva avvertire una strana percezione di vuoto e un immotivato senso d’incompiuto mi graffiava l’anima. Era come se il tempo e i molteplici viavai transappenninici, non fossero ancora bastati a colmare un oscuro bisogno di grande curiosità per quei luoghi.
Forse, fu proprio per cercare di lenire questo stato d’animo, che nacque l’idea di affrontare il percorso Bologna/Firenze con un mezzo di trasporto a me poco adatto come la mountain bike, e per questo, mai preso seriamente in considerazione per una traversata appenninica.
Premetto che non sono un buon ciclista, non lo sono mai stato. Andare in bicicletta richiede una certa regola e sopratutto razionalità. Un vero ciclista sa ingerire chilometri e pendenze a dosaggi soppesati e misurati, anche in funzione del proprio stato di salute e d’allenamento, quest’ultimo poi, dovrebbe essere il più costante possibile, perché la bici può divenire un giochino perfido e crudele; appena la trascuri, ella sa essere ingrata come la natura invocata da Leopardi “che non rende poi quel che promette allor, e che di tanto inganna i figli suoi”. Ma se il ciclismo può alimentare la poesia, mi piace pensare che è anche perché esistono i ciclisti sregolati come me, quelli che pedalano senza inibizioni e senza tabelle, quelli che se non ce la fanno scendono dalla sella e proseguono a piedi, quelli che ignorano i consigli del medico e della nonna, quelli che prima di partire ripongono la ragione in un cassetto per riaprirlo solo il lunedì mattina. Ecco… credo che anche da un modus pedalandi del genere, possa derivare  comunque una grande virtù.
Per questo motivo la decisione di partire per due giorni e attraversare l’Appennino in solitaria con la bici non fu sofferta, anzi, fu accolta con veemente entusiasmo.
Dovevo ora solo stabilire il percorso di massima, escludendo la Via degli Dei perché già fatta a piedi qualche anno addietro nonchè l’asfaltato e meno avventuroso fondovalle del Savena. Dal disordinato cassetto della scrivania tirai fuori una carta topografica, aprendola, m’incuriosì subito lo spartiacque tra i fiumi Idice e Sillaro che, da Ozzano Emilia, in direzione sud, arriva quasi al Passo della Raticosa. Sul versante toscano mi piacque subito l’idea di valicare per il passo dell’Osteria Bruciata, scendere fino a San Piero a Sieve, attraversare il Mugello, poi salita fino a Fiesole e giù a Firenze.
Ero in piena fase creativa. Accesi il computer, ma navigando in internet mi resi subito conto di non aver creato poi nulla di nuovo; la via che vorrei percorrere esiste fin dal tempo dei romani, si chiama Flaminia Minor, ed è stata la via di collegamento più breve tra Bologna e Arezzo. Qui la storia delle strade transappenniniche romane sembra però essere abbastanza lacunosa, soprattutto per quel che riguarda i tratti montani. Gli studiosi giungono spesso a pareri discordanti su dove passasse veramente la strada, creando intorno a questa, anche un alone di leggenda e mistero. E qui l’idea iniziò ad intrigarmi ancora di più.
Con Google Earth iniziai a tracciare un percorso ideale che, partendo dalla stazione ferroviaria di Bologna, terminasse a quella fiorentina di Santa Maria Novella, toccando tutti quei toponimi citati sopra in maniera più ortodromica possibile, favorendo sentieri, carrarecce e strade bianche ed evitando il più possibile il grigio asfalto. Caricai la traccia sul GPS, guardai gli orari dei treni, cercai un alberghetto nei pressi del confine tosco/emiliano e prenotai una camera singola nel piccolo borgo di Traversa ubicato tra il passo della Raticosa e della Futa. Quello che poco prima era solo un abbozzo, stava magicamente prendendo forma e diventando pian piano una realtà.
Quella sera, andai a letto carico come una molla e prima di addormentarmi pensai che una dose così massiccia di mountain bike mi avrebbe iniettato sensazioni oramai perdute nella fanciullezza, come lividi sul fondoschiena, ginocchia scorticate e graffi agli arti, con la convinzione che questo giro mi avrebbe, in qualche modo, fatto svanire anche quell’atavico senso d’incompiuto.
Ecco perché sabato 12 giugno di buon mattino io, la mia bike (poco mountain e molto city) e il mio zainetto con dentro pochi viveri per me ma molti attrezzi per la bici, eravamo alla stazione di Carpi, ad aspettare il treno diretto a Bologna, pronti a esplorare senza sconti e fino in fondo questa “nuova variante di valico”.
D’ora in poi, per brevità, ma non certo per indolenza, da tanti fotogrammi immagazzinati, cercherò di estrarre quelli che, ricomposti, potranno dare a questo scritto una migliore fluidità, cercando di non annoiare il lettore e ben sapendo che una semplice relazione non farà rivivere tutte le mie emozioni e la bellezza dei paesaggi visti.
Bologna Stazione Centrale, 55mt s.l.m. Azzero cronometro, contachilometri e taro l’altimetro. Inizia qui la mia avventura. Alzo gli occhi e vedo che il cielo è terso. Sorrido e mi carico un po’, ci sono tutte le premesse per un fine settimana all’insegna del bel tempo.
Bologna Piazza Maggiore, 55mt s.l.m. La piazza è stranamente deserta, ma è ancora presto, forse la città è assopita dopo una lunga notte di bagordi. Ora riempio le borracce direttamente dalla fontana, scatto un paio di foto alla statua del Nettuno che mi fissa dall’alto con aria perplessa e riparto imboccando la Via Emilia. Al margine della piazza, mi giro per un ultimo sguardo al Nettuno, e ora mi pare di vederlo sorridere mentre alza la mano come segno di incitazione, ma credo sia solo suggestione.
Ozzano Emilia, 65mt s.l.m. E’ l’inizio della salita su strada panoramica di crinale. Una serie di calanchi argillosi ai lati della strada mi tiene compagnia. Dietro di me Bologna si fa sempre più piccola e l’Appennino di fronte, inizia a mostrare le sue cime più alte. La fatica già si sente e dentro la mia testa si insinuano rapidi pensieri negativi che mettono in dubbio la riuscita di questa traversata, ma sono bravo a reprimerli e tenrli a bada gustandomi il panorama intorno.
Ca’ del Vento, 497mt s.l.m. Dopo una serie di viottoli poco pedalabili e impegnativi saliscendi, nel piccolo borgo, trovo una specie di ambulante con un’apecar piena di frutta e verdura e qui la mia fame si sfoga su banane e albicocche. Rifocillato a dovere, affronto ora una repentina salita su strada sterrata. Il territorio circostante è una sequenza di calanchi di unica bellezza.
Sasso di San Zenobi, 874mt s.l.m. Arrivare fin qui è stata davvero dura. Tratti con forti pendenze mi costringono a smontare dalla sella e spingere la bici più volte. Passo vicino al Sasso di San Zenobi che è una particolare formazione rocciosa di origine ofiolitica davvero interessante, che ha ben poco a che fare con il terreno circostante. Si eleva solitario, massiccio e aguzzo e da vaghe reminescenze scolastiche mi vien da dire che da anche i natali al fiume Sillaro.
Passo della Raticosa, 968mt s.l.m. Quest’ultima salita è una mezzora di pura sofferenza. A ogni giro di pedali le imprecazioni a tutte le sigarette fumate nell’ultimo anno (ma anche in tutta la vita) si sprecano. Sto per scendere e proseguire a piedi, quando dopo una curva, mi appare magicamente il largo piazzale asfaltato del passo, punto più alto di tutto il giro. Dai un ultimo sforzo e ci sei! Con fatica arrivo al parcheggio senza interrompere la pedalata. Qui è stracolmo di moto con relativi conducenti e passeggeri che mi fanno sentire un po’ come un pesce fuori dall’acqua. Dentro al bar mi spiegano che il passo è una specie di ritrovo per i motociclisti provenienti sia dall’Emilia sia dalla Toscana, molto noto ai centauri delle due regioni che lo usano come una sorta di salone a cielo aperto. Dopo un po’ di relax e di chiacchiere riparto sollevato, sapendo che fino a Traversa è (quasi) tutta discesa.
Traversa 861mt, s.l.m. Sarà qui che abbandonerò le dolenti membra fra le braccia della notte. Però prima di prendere possesso della camera, mi concedo un’ulteriore e meritata sosta sedendomi al tavolo del circolino Arci di fronte alla locanda, addolcendo la pausa con un gelato sfuso Sammontana che mi ricorda di essere oramai entrato nella mia toscana. Decido di salire in camera per una doverosa doccia, scortato a vista dalla locandiera logorroica, che per tutta la durata delle scale (due piani) ne approfitta per decantarmi le infinite e famose specialità gastronomiche della casa da poter assaporare per la cena. Cedendo alla tentazione ma più che altro all’insistenza della signora, ordino dei crostini toscani e una fiorentina coll’osso, cottura al sangue, innaffiando tutto con una buona bottiglia di Chianti. Sazio e anche un po’ sbronzo, pago il conto e vado subito a letto. Domani mattina la sveglia suonerà all’alba perché ho un appuntamento improrogabile alle 15.15 con l’unico treno che da Firenze a Bologna effettua il trasporto bici.
Passo dell’Osteria Bruciata, 917mt s.l.m. L’aria del mattino è fresca e piuttosto nebbiosa, una serie di brividi mi accompagnano per i primi chilometri, ma decido di non vestirmi  troppo perché so bene che tra poco inizierà una salita aspra e forte. Infatti, da Roncopiano (740mt s.l.m.) fino al passo, il sentiero ha una pendenza tale che pedalarci sopra significherebbe rimettere in discussione tutte le leggi gravitazionali conosciute fino ad ora, tant’è che percorro integralmente questo tratto spingendo la bici. Sul passo una stele a forma piramidale ricorda il punto dove si erigeva forse l’osteria. Una leggenda ne narra anche la storia, dove gli ignari viandanti che si fermavano qui, erano attesi da un’infelice sorte. Nella notte, infatti, venivano prima assassinati, poi disossati, infilati in un pentolone e bolliti dall’oste, che serviva le loro carni in pasto ai clienti del giorno dopo. Una volta scoperto il macabro rituale, le guardie del vicariato impiccarono l’oste e ne bruciarono l’edificio affinché non fosse più ricostruito.
San Piero a Sieve, 206mt s.l.m. Sono in pieno Mugello. Dopo un downhill estremo di 13 km su sentiero stretto e accidentato, mi appare davanti un piccolo laghetto verde incastonato tra i boschi e screziato da gocce variopinte di fiori gialli, che segna il confine tra la montagna e la pianura. M’immergo fluttuante in una vastità di bellissime colline coltivate, attraversate da una lunga strada accogliente che mi trasporta dolcemente ai margini opposti di questa piana. Qui c’è un’ultima salita tosta da affrontare, per elevarmi all’ultimo paese e innalzarmi ai cieli dell’imminente compiuta impresa.
Fiesole, 300mt s.l.m. Visto che sono in anticipo sulla tabella di marcia e la successione di piccole pause fisiche e mentali non mi basta più, nella centrale piazza della cittadina, decido per una sosta vera, una sosta animalesca per mangiare, bere, fare la pipì e leccarmi le piaghe nascoste, anche perché da qualche chilometro la stanchezza è diventata un sentimento davvero forte e lecito.
Firenze, 49mt s.l.m. L’arrivo a Firenze non è di quelli in pompa magna: dopo due giorni di silenzio e solitudine, la civiltà mi aggredisce di colpo. Sono accerchiato da un traffico di veicoli incolonnati che mi fanno respirare i loro fiati maleodoranti. Per fortuna e con sorpresa,  una sequela di inaspettate piste ciclabili mi salva, facendomi raggiungere in breve tempo il centro storico.
E’ qui, in piazza della Signoria, dove giacciono sparse, le vestigia di tanti maleducati turisti, che giunge a compimento questa mia variante di valico. Sotto la statua del Biancone mi torna ora alla mente tutto il percorso fatto in questi due giorni; una somma di mille semplici gesti, di mille respiri, di sguardi, di gocce di sudore, di pensieri, di parole… no, queste no! Forse sono state molte di meno, anzi, mi rendo conto che l’unica frase di oggi la pronuncio solo adesso: “Wow! Proprio un gran bel giro!”.
Dopo essermi elevato a tanta purezza, redento e salvato, m’immergo rientrando nell’abisso profondo dei comuni mortali, dirigendomi però sereno verso la stazione. E’ arrivata l’ora di tornare a casa.
Seduto sul treno del ritorno, quando le pene sono oramai scontate e il senso di vuoto momentaneamente riempito, mi rendo conto che le foto scattate col cellulare sono sfocate per via del sudore addensato sull’obiettivo. Ho però la certezza che la memoria di questi due giorni non si appannerà altrettanto facilmente, nemmeno con gli incubi ricorrenti delle dure pendenze.
I ciclisti, così come escursionisti e alpinisti, hanno molto in comune; sono una sorta di privilegiati tra i dolenti, perché le loro sofferenze finiscono spesso per trasformarsi in grandi gioie.

Paolo Lottini

Post Scriptum. A questo punto della storia, un bravo relatore dovrebbe anche riassumere qui tutti i numeri in forma di spazi, tempi, velocità, rapporti e pendenze, ma io non lo farò. Un po’ come il sugo di tutta la storia, lascerò al lettore che desiderasse proporsi a questo giro, qualche semplice consiglio, considerando l’equivalenza di pena fra le brevi ma forti pendenze in salita e il lungo sviluppo del percorso.
Lo spazio. Le salite in bici non vanno misurate in chilometri ma in ettometri, talora in decametri. E bisogna evitare di contarli per non demoralizzarsi troppo.
Il tempo. Siccome gli ettometri delle salite durano tantissimo, come passatempo si possono ammirare i bei panorami appenninici che questo giro ci regala.
La velocità. Un podista mediamente allenato, in salita mi avrebbe staccato. Un normale pedone sarebbe arrivato alla pari. Le discese sono una vera pacchia, ma in certi punti, soprattutto dal Passo dell’Osteria Bruciata fino al Mugello, occhio a dove si mettono le ruote.
La salute. L’importante è sempre quella! Sarebbe opportuno affrontare il giro in buona forma fisica. Comunque se uno si allena è meglio.
Le soste. Ripartire è più difficile che fermarsi. Gli appiedamenti per stato di necessità o quelli per stato d’inanità, qui valgono un pari livello di dignità. Chi come me pratica il ciclismo interruptus, non dovrebbe essere redarguito.
La mente. Si sa che dà forza, ma se ce l’ho fatta io, vuol dire che corpo e cervello umano hanno ancora risorse inesplorate.
I rapporti. Non tanto quelli tra i denti delle moltipliche e dei rocchetti. Alla fine contano anche quelli sociali. Vabbe’ che io ero da solo, e che il ciclismo è un affare crudelmente individuale, ma sono convinto che condividere questo giro con un gruppo di amici possa alleviare, almeno temporaneamente, il mal di gambe e il dolore alle chiappe.

Scarica la traccia GPS su EveryTrail: da Bologna a Firenze in MTB