Terpeni volanti – La terapia forestale complementare alla medicina tradizionale.

Serve il Pino Silvestre. Emette terpeni, sostanza inclusa tra gli oli essenziali benefica per l’organismo umano. Francesco Meneguzzo, ricercatore del CNR e componente del comitato scientifico nazionale dei Club Alpino Italiano, arriva direttamente da Firenze sul’Appennino reggiano, a Monteduro  – per studiare in una condizione ottimale la Terapia Forestale.

Non è lamontagna terapia, precisa. Non è un protocollo terapeutico di comunità a beneficio di un gruppo omogeneo. La terapia forestale è individuale, beneficia il singolo.

Sullo zaino del ricercatore un dispositivo che assomiglia ad un Walkie Talkie degli anni ‘80. In realtà è un fotoionizzatore che rileva la presenza e la quantità di terpeni. Per lui e per il suo naso elettronico centinaia di chilometri a piedi dagli Appennini alle Alpi e per 18 mesi rilevamento della concentrazione nell’atmosfera forestale di questi composti organici volatili emessi dalle piante, con tanto di stagione ed ora del giorno. Monteduro, nel territorio reggiano di Castelnovo Monti, è uno degli svariati luoghi lungo i rilievi da nord a sud dell’Italia dove si possono studiare gli effetti di una terapia diffusissima in Giappone fin dagli anni ’90. Una terapia che ha iniziato ad affermarsi in Corea del Sud ed è sotto osservazione negli Stati Uniti, in Austria e in Gran Bretagna. Ed ora anche nel nostro paese. A Monteduro c’è il pino silvestre con le sue emissioni di terpeni, ma non solo.  In questa porzione di Appennino ad 800 metri di altitudine c’è un insieme variegato di vegetazione e ci sono le correnti  dei due versanti che concentrano sul crinale i composti organici volatili emessi dalle piante.

Con Francesco Meneguzzo c’è Sara Nardini, psicologa psicoterapeuta.  E ci sono una ventina di escursionisti e di volontari, disponibili a misurare su loro stessi i benefici della terapia. La passeggiata in montagna è risaputo che fa bene. Gli alberi sono le nostre radici ataviche. Sono rassicuranti, ripetitivi, prevedibili. Un ambiente con queste caratteristiche aiuta moltissimo,ci dice la quarantenne friulana, ma l’efficacia massima si raggiunge se accompagnati e guidati verso la piena interazione con la natura attorno a noi. Meditazione, movimenti preordinati del corpo, profondi respiri, silenzio. Le piante unici interlocutori. E la nota e sempre curiosa azione di abbracciare gli alberi.

I risultati, parziali, analizzati in questi mesi sono davvero incoraggianti, sottolinea con entusiasmo Francesco Meneguzzo. Prima dell’estate pubblicheremo l’esito della ricerca, ma già ora possiamo dire che ansia, depressione, rabbia, altri stati d’animo negativi e anche molte infiammazioni si riducono di percentuali significative, con benefici a lungo termine se la terapia si ripete o si prolunga nel tempo. Il nostro obiettivo, una volta evidenziato che fa bene, continua il cinquantenne toscano, è farla approvare dalle Asl nazionali e territoriali.  E non è una terapia solo estiva e solo di montagna. Ovviamente i massimi risultati si ottengono in altezza e con pieno sole, ma anche giornate invernali soleggiate a quote più basse offrono il loro significativo contributo. I minori terpeni emessi si possono semplicemente compensare con tempi maggiori di permanenza sul luogo.

Alla ricerca, spalmata su tutta Italia partecipa anche il Comitato Scientifico del Cai. Nella spedizione scientifica a Monteduro c’era il vicepresidente del CSC Giovanni Margheritini.  Il Cai crede nella terapia forestale, ne è partecipe e la sostiene,ci dice l’ex dirigente di industria da sempre parte attiva della sezione modenese del Club Alpino Italiano. Ci credono le varie sezioni d’Italia, che mettono a disposizione i sentieri, i rifugi, i soci e i corsi di formazione per la relazione uomo-territorio.

Entro l’anno in corso dovrebbero arrivare i risultati definitivi della ricerca. Il passo successivo sarà convincere le Ausl territoriali e dare ai medici di medicina generale questa cura complementare, di fatto uno strumento in più a beneficio dei loro pazienti. Sarebbe, se ce ne fosse ancora bisogno, della conferma di quanto la montagna faccia bene all’essere umano.